Frantoio

Oggi, due mesi l’apertura del mio blog Thalleìn e un mese dopo la pubblicazione della mia prima opera Poetica “Tra le corde di un’altalena” , è il momento di inaugurare, con Frantoio, la poesia inaugurale di “Tra le corde di un’altalena”, Poetica, la sola categoria del blog ancora muta.

Spero possiate, voi che inseguite il filo non spiegato che le unisce, le esalta o le isola, incontrare negli stralci di metrica incerta quanto insonne e nelle Storie che condividerò con voi ogni 29 del mese il colore, la fibra, il tempo lungo dei nostri paesaggi più meridionali e mediterranei.

Spero vogliate fare vostra la mia perdurante esigenza di Legame tra la Memoria e il Mediterraneo; e accogliere la mia Memoria, che nasce da un bisogno di riconnessione familiare, con episodi di dolore e amore, nodi e distacchi.

Se potrete e vorrete, sono convinto coglierete un tragitto atemporale, e aspaziale, patrimonio di tutti e di ciascuno, mentre il mondo è sconvolto da una vicenda che segnerà le nostre vite, sgretolate dal contagio. Spazio e tempo sono cambiati in questo momento storico, e non torneranno indietro uguali a prima.
Le illustrazioni sono figlie del talento di una giovane Donna e Artista, un’Utopia, che merita le maiuscole, dagli zigomi audaci e dalle labbra tenaci.

FRANTOIO
Nel Mediterraneo dove Cristo si è fermato tra le striature della guerra
e la scarpata di un’altura
agonizza
crocifisso nel silenzio
un paese coi muri sordi e i vicoli ciechi.

In scialli neri abbondano
anziane madri accigliate
sedute in ventre alle porte
di case orfane di figli
voraci di spighe coagulate in pane
e di foglie delle viti nella Pasqua di resurrezione.

Le diresti mute
ma strepitano
maldicenze che il lutto allatta e il livore sedimenta
da interrare
come si interrano i morti.

Inoccupati di fatica snervano
anziani e bestie da soma
partorite nella cieca ostinazione delle olive carne e piaghe di una terra
in frantumi nel frantoio
stame di ansietà.

Il mio nome è Antonio. Come Gramsci. E come mio nonno. Il padre di mio padre. Quindi no, non sono figlio della letteratura, ma della tradizione: se mio nonno si fosse chiamato Giuseppe il mio nome sarebbe stato Giuseppe.
Congedato nel 1948, mio nonno Antonio era tornato a casa e aveva cominciato a lavorare al frantoio del Paese, e nel 1949, un anno dopo, aveva abbracciato la sua prima figlia, battezzata Giuseppina, come la nonna, la madre di mio nonno: una donna rimasta orgogliosa e rocciosa, nonostante il destino che le era toccato. La morte le aveva portato via troppo presto il marito e strappato dal ventre il primogenito maschio, ucciso dall’aratro. Era rimasta sola con cinque figli.
La casa di mio nonno, che abitava un paese del Mediterraneo a strapiombo sul mare, era stata costruita con la fatica nel frantoio.

La piazza era il punto d’incontro per antonomasia in paesi come quello dei miei nonni paterni. Era e lo è ancora. Resistono le abitudini inveterate della popolazione. Gli anziani che, con il Borsalino e l’abito della domenica, impiegavano intere giornate in piazza, discutendo animatamente o tenendosi compagnia senza aprire bocca, sono oggi morti e il loro posto è stato occupato dai perdigiorno, che, Dio solo sa come e perché non invecchiano e continuano a starsene a oziare negli angoli di piazza di cui si prendono cura i raggi del sole. Al tramonto, a conclusione della giornata di lavoro, quand’anche i perdigiorno rincasano, la piazza brulicava e brulica, di uomini stanchi che, con un calice in mano e una bestemmia acerba nella pancia o matura sulla punta della lingua, smaltiscono la fatica accumulata. E al termine del giorno erano, sono, ora ventenni e trentenni, e ubriaconi senza età, a convogliare nella piazza portandoci abitudini goderecce: languori amorosi, malintesi e speranze.

Mia nonna diceva che nei paesi tutti stanno in silenzio e ognuno dice qualcosa. Nei paesi i silenzi strepitano e le risate sono argute e non rumorose. Le parole sono dette sottovoce e non sono altro che pettegolezzi, interrati con non meno ritualità di quando si interrano i morti. Ritualità e terra, terra e ritualità. Tramandate di generazione in generazione come è tramandata la controra.
La somiglianza di Antonio con Antonio De Curtis, in arte Totò, e Benito Mussolini, tristemente noto come il Duce, era alquanto marcata, in termini di bellezza ariana e di ironia. Con la storia che, molti anni dopo la morte dei tre attori, avrebbe riconosciuto il primato di comicità e di drammaticità al principe della risata originario di Predappio.
Antonio era un uomo schietto, ma di poche parole. Colloquiava con franchezza con Dio. Bestemmiava a ogni piè sospinto e sembrava andare molto orgoglioso delle sue bestemmie, scagliate a voce alta contro il cielo perché Gesù Cristo potesse udire come sono: esplicite, non meschine.
Per Antonio le bestemmie erano preghiere, e la cantina, la casa, persino il frantoio, chiese. Chiese meno pericolose di quella del Paese, con il pavimento di marmo, in cui aveva messo piede in poche occasioni: il giorno del matrimonio, quello del battesimo dei figli, e quando si era ammalata la sua primogenita e unica figlia femmina, e lui era crollato febbrilmente in uno stato di panico e di angoscia. Aveva esitato fino all’ultimo perché di imbattersi in chiacchiere con il sagrestano non ne aveva proprio alcuna voglia. Poi però era entrato, si era tolto il cappello della domenica e aveva chinato il capo, ma non appena si era mosso verso i banchi era scivolato sul pavimento bagnato e cascato a terra come un masso precipitato dall’alto, correndo più di un rischio di rompersi il coccige. Da allora non ne aveva più voluto sapere. E la voglia non gli era tornata certo quando Dio gli avrebbe chiesto poco dopo ciò che a un padre non si dovrebbe chiedere: seppellire una figlia. La propria carne.
Nel 1962, alla soglia dei quarant’anni, avrebbe dato alla luce il quarto figlio, il terzo maschio. Rocco. Mio padre.

Quando mio padre avrebbe cominciato la prima elementare, però, le vicissitudini della famiglia di Antonio avrebbero cambiato drasticamente scenografia.
Antonio non sopportava vedere la sua famiglia distante, e aveva deciso dopo Pasqua di portarla su. Ma su non era Torino. Era Novara. Dove da non molto Giuseppina abitava con suo marito Pasquale. Pasquale era un uomo attraente: alto, con braccia forti e spalle larghe. Giuseppina era ancora più attraente di lui: il volto ovale, i capelli scurissimi e gli occhi di velluto nero, la carnagione chiara. Aveva mani molto belle, che si posavano sui lombi muscolosi del marito facendolo guizzare. Gli occhi di mia zia erano occhi buoni, caratteristica comune ad ogni componente della mia famiglia, dalla parte paterna come da quella materna. Caratteristica che però dice poco e non abbastanza di uomini e donne. Di gente con gli occhi buoni al mondo ce n’è molta. La particolarità degli occhi di Giuseppina, a quanto dicono, era una sorta di malizia che ti spiava dentro. Quante volte mio zio Pasquale e le sue tre figlie poi, si erano sentite spiate in bocca, nelle orecchie, nello stomaco da quella donna, moglie e madre, figlia e sorella, colla e collante di una famiglia dagli occhi buoni ma incline alla tempesta.
Mio zio Pasquale sarebbe morto in un incidente stradale nel dicembre del 1982, come Rino Gaetano, facendo cadere tutta la famiglia nel lutto più nero. E zia Giuseppina era rimasta vedova con tre figlie a carico, a mio nonno e mio padre era stata strappata Giuseppina.
Sul subito Novara non era stata un toccasana per mio padre. Casa era altrove. Gli amici erano altrove. E mio padre non perdeva occasione per ricordarlo al suo di padre che stremato dalla continue richieste di ferie del figlio, un bel giorno lo avrebbe accontentato dandogli una manica di ferie che mio padre non avrebbe mai dimenticato.
Novara nel 1969 non era poi distante in chilometri e mentalità dalla Torino del non si affitta ai meridionali e a scuola i grembiuli e le scarpe non erano tutti uguali perché i bambini non erano tutti uguali. Grembiuli stirati, di un nero acceso, su misura e scarpe nuove e pulite sedevano accanto a grembiuli consumati, di seconda mano, che era meglio non stirare perché ad ogni passaggio del ferro da stiro si correva soltanto il rischio di trasformare piccoli buchi in crateri. Meglio stenderli bene e con una pezza di qua e una pezza di là farci un altro anno scolastico. Un grembiule, agonizzante o meno, è un grembiule. E scarpe rotte, rattoppate con i pezzi di cartone delle scatole di pasta. Anche queste di seconda mano. Del resto il quarantadue di piede del bambino seduto accanto alla porta era quanto meno inverosimile per un bambino di nemmeno sette anni. Sedere accanto non vuol dire sedere insieme. Non c’era contatto tra i bambini delle due categorie perché non c’era contatto tra le famiglie delle due categorie. Ma come si dice, non sono le città a fare chi le abita, ma chi le abita a fare le città e con le scuole medie e la prima compagnia di amici, figli di un meridione emigrante, Novara avrebbe cominciato, malgrado distrattamente, a ricordare a mio padre casa.
Anno dopo anno, stipendio dopo stipendio, e mattone dopo mattone mio nonno nutriva nello stomaco la voglia di tornare nella sua terra amata e amara. In quel paese Mediterraneo a strapiombo sul mare. E ci sarebbe tornato, non con tutta la famiglia al seguito, ma tirando su una casa di tre piani che almeno in tempo di ferie avrebbe potuto accoglierla al completo.
Quindi no, non sono figlio della letteratura, ma della tradizione: se mio nonno si fosse chiamato Giuseppe il mio nome sarebbe stato Giuseppe.
Ma il suo nome era Antonio ed io lo porto con orgoglio.