In campari veritas

La piazza era il punto d’incontro per antonomasia in paesi come quello dei miei nonni paterni. Era e lo è ancora. Resistono le abitudini inveterate della popolazione. Gli anziani che, con il Borsalino  e  l’abito  della  domenica,  impiegavano  intere  giornate  in  piazza,  discutendo animatamente o tenendosi compagnia senza aprire bocca, sono oggi morti e il loro posto è stato occupato dai perdigiorno, che, Dio solo sa come e perché non invecchiano e continuano a starsene a oziare negli angoli di piazza di cui si prendono  cura  i  raggi  del  sole.  Al  tramonto,  a  conclusione  della  giornata  di  lavoro, quand’anche i perdigiorno rincasano, la piazza brulicava e brulica, di uomini stanchi che, con un calice in mano e una bestemmia acerba nella pancia o matura sulla punta della lingua, smaltiscono la fatica accumulata. E al termine del giorno erano, sono, ora ventenni e trentenni, e ubriaconi senza età, a convogliare nella piazza portandoci abitudini goderecce: languori amorosi, malintesi e speranze.
Tra loro spicca oggi un ventisettenne riccioluto di nome  Leonardo, un amico di infanzia al quale devo il merito e la colpa delle mie poche ubriacature, macinate tutte nella settimana di Pasqua e nelle prime due settimane di agosto.
Il legame con Leonardo non è però riducibile al poco, seppur consistente, tempo trascorso insieme. Con Leonardo ho spartito bicchierate, scrittura e molto altro. Non so se spartire la scrittura sia stata la condivisione più importante tra noi, credo però sia stata la calce per costruire un rapporto solo nostro, e non somigliante nella forma e nella sostanza a quello che abbiamo con altri.
Innamorato della sua terra e geniale nello scriverne, Leonardo  lo  vedo  come  un  poeta contemporaneo.

Mi chiedo come sarà il suo primo cortometraggio. La prima immagine, i colori, il soggetto. Conoscendolo, punterei i miei soldi su una prima scena con un Super Santos, il pallone dalla inequivocabile colorazione arancio con striature nere – che riprendono lo schema dei vecchi palloni da calcio con le strisce di cuoio – e la scritta gialla.
Quando Leonardo ed io eravamo bambini il Super Santos non era un pallone come un altro. Era il pallone. Prezzo economico e resistenza fuori dal comune. Il pallone meno costoso era il Super Tele, ma era di plastica leggera ed era impossibile dargli una direzione. Tirarlo con potenza significava perderlo e scavalcare cancelli per recuperarlo. Il Super Santos, al contrario, riusciva sempre a mantenere la direzione, ed era resistente a tutto. Resisteva sotto una macchina e se una moto lo prendeva in pieno, il motociclista era a terra. I fuoristrada lo deformavano, e solo un autobus poteva farlo scoppiare.
Il Super Santos ha voluto dire per generazioni di bambini giocare in cortile e per strada. Correre con una velocità tale da mozzare il fiato. Adrenalina. Concentrazione. Ginocchia sbucciate. Senza novantesimo. Senza triplice fischio.
Le partite potevano durare giornate intere. Interrotte solo dalle voci delle madri che dai balconi gridavano ai figli di salire in casa perché era pronta la cena.
Fosse mio il corto, mi piacerebbe iniziare con un binario e un treno in partenza. 

Primo piano di una bambina che, in piedi sul sedile, si sporge dal finestrino e guarda dalla parte opposta alla direzione del treno. La madre guarda la bambina, le sorride, è in piedi dietro di lei, le cinge la vita con il braccio destro, per evitare cada all’indietro. La madre sorride alla sua bambina. Il treno a rilento muove nella direzione inversa allo sguardo della bambina e si allontana. E con il treno si allontanano la bambina e la madre e quella immagine, che cede il posto nella mia mente, organizzata in sequenze come una macchina da presa, ad una nuova immagine. Ma il corto non è il mio. Auspico Leonardo vorrà aprire le danze con un balcone, due amici e uno dei due che rompe il silenzio, con un sonoro, vocativo Frana.
In conclusione, a mio parere, Leonardo, comunista e meridionalista, è un senno che non c’è modo di ingabbiare. E riuscirà nel suo intento perché è un appassionato, un’eccezione, in una generazione che è solo di mezzo. E lo dico come lo direbbe lui: In Campari Veritas!

Le mie ubriacature portano il tuo nome
scritto a Campari su notti in bianco.

Abbiamo spartito la Pasqua e la scrittura,
la solitudine, la strada e Plataci in agosto.

Il rumore sordo delle scorticature
e il silenzio concreto di un amaro in bocca.

Coi tuoi occhi ho imparato a guardare alla mia terra e alla sua gente
che è d’aspre menti, non d’Aspromonte.

Gente che con l’aratro ha tracciato il solco
e a pugni chiusi e vino rosso lo difende.

Gente che ignorando la realtà
ha abortito la speranza.

Non tu, e non la tua scrittura
un arancio con le venature nere.

Tu che sei luce d’autore
tra i ciechi d’una terra miope.

E nella controra d’un Campari,
tra un Frana e l’altro trovi le tue verità.