Difficilmente mi capita di rimanere a bocca aperta, senza parole. Mai, e dico mai, mi è capitato di rimanere a bocca aperta, senza parole e insieme con gli occhi lucidi, e dire che acqua sotto i ponti negli ultimi dieci anni ne è passata e uomini e donne di tenacia intellettuale e sensibilità audace ne ho incontrati. Mi è capitato con Luca Leone, giornalista professionista e scrittore, direttore editoriale e co-fondatore della casa editrice Infinito edizioni. Luca racconta la Bosnia, in un brunch che somiglia nella sostanza ad una lezione universitaria e al contempo ad un monologo di Teatro Civile, con una lucidità disarmante e un amore, per una terra che indaga le fragilità umane, che ha la portata di un mal di pancia e la corposità di un vino mediterraneo.
GRAZIE Luca.

Intervista a cura di Antonio Roma e Filippo Borgia.

Dayton 1995


Gli accordi di Dayton hanno messo davvero fine alla guerra? 25 anni dopo qual è la Bosnia lasciata in eredità da Dayton?

L’impressione è che gli accordi abbiamo messo effettivamente fine alla guerra. Senza gli accordi di Dayton, senza la diplomacy di Tony Lake, senza il lavoro diplomatico di Richard Holbrooke, quindi senza l’impegno dell’amministrazione Clinton non si sarebbe arrivati ad un accordo di pace e la guerra si sarebbe trascinata ancora a lungo in quelle terre. Su questo non ho dubbi. Quindi gli accordi hanno avuto da questo punto di vista un’importanza enorme. Il problema risiede nel fatto che gli accordi sono nati in modo sbagliato e hanno portato a delle conseguenze, anche dal punto di vista giuridico, sbagliate. Questo è il punto. A quel tempo forse non lo si poteva prevedere o comunque veniva data priorità alla cessazione delle ostilità. Già nei quattro/cinque anni successivi alla stipula degli accordi, era evidente come gli accordi fossero e siano diventati un peso, un grosso masso legato alle caviglie di quel Paese. E la situazione è peggiorata ulteriormente quando intorno agli anni 2000, quindi intorno al cambio di millennio, nessuno si è ricordato che gli accordi di Dayton e, soprattutto, l’annesso 4 degli accordi di Dayton, cioè la costituzione ancora oggi vigente in Bosnia, avrebbero dovuto essere emendati, ma questo non è mai accaduto. Quindi la carta costituzionale continua oggi a essere quella, la stessa approvata come annesso agli accordi di Dayton. Qui nasce il grosso problema. Quindi non vedo un trascinamento del conflitto nei 25 anni successivi alla fine della guerra, vedo la trasformazione, però, favorita in questo senso dagli accordi di Dayton, delle false ragioni alla base dello scoppio del conflitto, e cioè l’impossibilità per gruppi con una presunta appartenenza etnica, linguistica e religiosa diversa di convivere, che nel frattempo si sono trasformati in vere ragioni di malessere in questa difficile convivenza. Quindi fondamentalmente Dayton ha, volente o nolente, trasformato delle false ragioni, delle false scuse, in problemi reali, che non c’erano prima che scoppiasse la guerra. E questo, anno dopo anno, si radicalizza sempre di più, come si radicalizzano sempre di più i rapporti tra i tre grandi gruppi costitutivi della Bosnia ed Erzegovina e i rapporti con le altre sedici componenti, in questo caso etniche, diverse che convivono in Bosnia e Erzegovina. Quindi è questo il problema legato agli accordi di Dayton. Il tutto nasce da una constatazione, a suo tempo passata decisamente in secondo piano, e cioè il fatto che essendo presente un Presidente in rappresentanza dei bosniaci musulmani, Izetbegović, un rappresentante che facesse gli interessi dei serbi di Bosnia, Milošević, e un Presidente, quello croato, che facesse gli interessi dei croati di Bosnia, e cioè Tuđman, tutti questi tre presidenti e i loro entourage hanno fatto effettivamente gli interessi dei popoli che erano chiamati a rappresentare, ma nessuno ha fatto mai gli interessi del popolo bosniaco ed erzegovese nel suo complesso. E questo, anno dopo anno, rappresenta un punto di divaricazione sempre maggiore nei rapporti tra questi tre grandi gruppi. È il principio del tiro con l’arco. Nel tiro con l’arco, maggiore è la distanza, e, pur commettendo un piccolo errore tecnico, lo scostamento in termini di millimetri e poi di centimetri e poi addirittura di metri si fa sempre maggiore man mano che la freccia va lontano. Questo è quello che sta succedendo, anno dopo anno, con gli accordi di Dayton. Quindi, per chiudere sulla domanda, non ho dubbi sul fatto che abbiano messo fine alla guerra e non ho dubbi sul fatto che siano stati arrangiati e scritti così male da aver poi determinato lo stallo economico, sociale, culturale e, nel complesso, civile in cui nell’ultimo quarto di secolo è stato trascinato il Paese e una popolazione che tra l’altro è sempre più esigua perché chi può scappa via perché la Bosnia ed Erzegovina di Dayton è un Paese invivibile, che non dà alcuna prospettiva di sopravvivenza, alcuna prospettiva di un domani. Soprattutto ai giovani che rimangono a vivere in questo Paese. E questa cosa qui era chiara fin dagli anni immediatamente successivi alla firma degli accordi. Però, a livello internazionale, tutte le cancellerie continuano a fare orecchie da mercante e tutti fanno finta, a partire da Bruxelles, di non rendersi conto dello stallo che si vive in Bosnia e Erzegovina e che questo stallo, però, con il passare degli anni, sta deteriorando sempre di più e sta dando sempre più delle basi solide a coloro che vogliono spaccare questo Paese in tre, di fatto fare quello che non è stato possibile fare a serbi e croati durante il conflitto del 92–95.

Parliamo della scelta che tu e Silvio Ziliotto avete fatto nel curare Dayton 1995 di affidarmi solo a Testimoni imparziali.
Partiamo da un presupposto. Ogni volta che utilizziamo la parola etnia facendo riferimento a serbi di Bosnia, musulmani di Bosnia e croati di Bosnia commettiamo un errore perché l’uso della parola etnia è un uso sbagliato. Tutte queste persone appartengono allo stesso gruppo etnico. Parlano la stessa lingua, hanno delle componenti culturali di base che affondano le loro radici nei secoli, anzi oltre un millennio, comuni. I musulmani di Bosnia sono in questo senso emblematici perché il musulmano di Bosnia, fermo restando il fatto che non si può rappresentare un’etnia qualificandola semplicemente attraverso un credo, questo è scientificamente sbagliato, il musulmano di Bosnia chi è? È semplicemente un bogomilo che ha abiurato il bogomilismo quando i suoi avi, 4 secoli prima, avevano abiurato il cristianesimo come professato dalla chiesa di Roma intorno all’anno 1000, per diventare seguaci di questa eresia millenaristica proveniente dalla Bulgaria meridionale. Quindi fondamentalmente, quando parliamo di musulmani bosniaci parliamo di discendenti di cristiani di origine vuoi croata, vuoi serba, che in quanto residenti in quel momento storico sul territorio della Bosnia e Erzegovina, in particolar modo Sarajevo e l’Erzegovina, vengono convinti dal credo eretico bogomilo a abiurare il cristianesimo e a far proprio questo nuovo credo dualista che, come la maggior parte dei credo eretici,  metteva a confronto bene e male e, nella sua componente originaria, vedeva, mentre molti credo millenaristici si orientano in modo diverso, il bene prevalere sul male, almeno nella prima fase. E 4 secoli dopo, quando nel 1462 gli Ottomani occupano l’area balcanica, tutti questi bogomili nel frattempo scampati a circa 2 secoli di persecuzione da parte del re d’Ungheria e da parte della Chiesa di Roma, esaurita la spinta bogomila e invogliati da offerte economiche e commerciali da parte degli Ottomani, in pochi anni abiurano il bogomilismo e diventano musulmani, cosa che sono ancora oggi dopo circa 6 secoli. Questo è praticamente il musulmano bosniaco. Quindi è semplicemente uno slavo del sud, mille anni fa con un avo di origine croata o di origine serba, che ha fatto una scelta religiosa che si è portata avanti culturalmente fino a oggi, ma sono esattamente parte dello stesso gruppo, sono tutti quanti slavi del sud, a differenza degli albanesi che non sono slavi del sud ad esempio, a differenza degli sloveni che non sono slavi del sud ma sono un popolo appartenente ad un’etnia diversa con origini più propriamente mitteleuropee e così via. Quindi mentre possiamo parlare di etnia per quanto riguarda gli sloveni, per quanto riguarda gli albanesi, i magiari, i tedeschi, gli italiani e quanti altri che vivono oggi in Bosnia e Erzegovina, i rom, e parliamo di circa sedici gruppi diversi rispetto ai tre gruppi detti costitutivi. Per quanto riguarda questi tre gruppi di etnia non dovremmo parlare a priori. L’etnia è una, i gruppi nazionali sono invece tre. E ogni gruppo nazionale è caratterizzato da una sua appartenenza culturale, religiosa e così via, con elementi però di differenziazione che sono minimi rispetto a quelli che li accomunano. Se parliamo della lingua parliamo di un 97/98% di vocaboli, oltre che chiaramente dell’intera grammatica usati da entrambe le parti. Quello che cambia è l’alfabeto e quello che cambia sono i neologismi e gli arcaismi che esistono, o sono sempre esistiti, o sono stati introdotti negli ultimi anni nelle rispettive lingue per differenziarle rispetto alla lingua comune, cioè la lingua jugoslava, il serbo croato bosniaco.
Quindi il punto di partenza è questo. Rifiutare l’uso improprio del fattore etnico e puntare invece, per meglio conoscerli, sull’esame e sullo studio delle loro differenze culturali, inclusa chiaramente la questione del credo.
Perché quella scelta? La ragione è molto semplice. L’uso improprio del concetto di etnia e la radicalizzazione politica che comincia con la guerra del 92–95 e poi, dopo la guerra, diventa ancora più evidente e marca delle separazioni sempre più forti tra i tre diversi gruppi nazionali, porta chi voglia parlare di quella terra e degli eventi storici che nella contemporaneità l’hanno rappresentata, a dover fare molta attenzione agli interlocutori, che non possono e non devono essere interlocutori che facciano riferimento a gruppi nazionalisti o, addirittura, ultra nazionalisti, perché vorrebbe dire andare a parlare con persone intellettualmente non libere, che che fanno riferimento e sono a loro volta portavoce di interessi di parte, di cui erano portavoce Tuđman, Izetbegović, Milošević e i rispettivi entourage, a Dayton tra il 1 e il 21 novembre del 1995. Il punto di partenza è ancora, se volete, più pragmatico. Cioè risiede nel fatto che la guerra in Bosnia e Erzegovina e non soltanto la guerra in Bosnia e Erzegovina ma anche in Croazia e in Kosovo, è stata una guerra decisa e condotta da minoranze, utilizzando in modo strumentale i propri eserciti e facendo riferimento, soprattutto per l’espletamento del lavoro sporco, a gruppi paramilitari ancora oggi operativi magari con una divisa della polizia o dell’esercito dei rispettivi Paesi per cui hanno servito addosso. Non puoi e non devi, se fai il mio lavoro, dare voce a persone che hanno provocato la guerra, che si sono arricchite con la guerra e che, ancora oggi, attraverso la separazione, sfruttano l’onda lunga della guerra, perché la separazione, la divisione tra i tre grandi gruppi nazionali, è alla radice della permanenza al potere dei gruppi nazionalistici in Bosnia e Erzegovina. Attraverso una strumentalizzazione delle differenze religiose ed etniche e attraverso l’uso dello scippo sistematizzato delle risorse dello Stato. Quello che devi fare, se vuoi fare un lavoro fatto bene, è parlare con le persone libere, che non hanno tessere di partito in tasca, che non hanno soprattutto tessere di partiti nazionalisti in tasca, e che nella loro lunga vita e lunga attività abbiano dimostrato sempre di essere persone libere intellettualmente e politicamente. Nel libro, ad esempio, ci sono due personaggi di altissimo spessore che hanno partecipato alla presidenza collegiale della Bosnia e Erzegovina durante la guerra. Parliamo di Stjepan Kljuić e di Mirko Pejanović. Sia Kljuić che Pejanović erano esponenti di una parte, l’uno croato, l’altro serbo, ma non hanno mai lavorato per rappresentare l’interesse di una parte, e non è un caso che non siano poi stati chiamati a Dayton. Hanno sempre rappresentato il Paese nel suo complesso, nella sua complessità. Tutte le persone di questo Paese. Abbiamo voluto dare voce ai testimoni storici, alle memorie storiche di questo conflitto e di quegli accordi, ma facendo una cernita e eliminando le persone non libere dal contesto e dando voce soltanto alle persone libere, cioè quelle persone che possono raccontare senza dover rendere conto a dei padroni o a dei padrini politici. Semplicemente questo. Quando parli di Bosnia ed Erzegovina è fondamentale fare un lavoro del genere. Perché altrimenti rischi di fare dei brutti incontri e di fare anche delle brutte figure. Quindi quando si parla di Bosnia ed Erzegovina la cosa più importante da fare è arrivare a conoscere quel Paese ben zavorrato dal punto di vista dei contenuti, cioè devi aver studiato quel Paese. Poi devi avere il coraggio di mettere alla prova quello che hai capito andando lì con la mente sgombra da questioni di campanilismi politici. Ciò che è sinistra, ciò che è centro e ciò che è destra in Italia, non è sinistra, non è centro, non è destra in Bosnia ed Erzegovina e in moltissimi altri Paesi, in particolar modo nell’est europeo. Altrimenti si incappa in quel tragico errore che ha fatto durante la guerra, e negli anni 90 e ancora in parte fa ancora oggi, molta sinistra, o presunta sinistra, italiana andando a considerare uno come Milošević un comunista. Milošević non era né un comunista né un socialista, Milošević era uno che si è comportato come il peggior fascista negli anni 40, era un leader nazionalista e, in quanto tale, una persona violenta dal punto di vista verbale e ideologico, e Tuđman non era meglio di lui, perché Tuđman in Croazia è stato l’ideale prosecutore delle politiche filofasciste e filonaziste di Ante Pavelić durante la breve esistenza della Repubblica Indipendente Croata, prima fantoccio italiano, poi fantoccio nazista durante la Seconda Guerra Mondiale. Come loro, Izetbegović padre, non era un uomo libero dal punto di vista ideologico, era un uomo vittima delle sue ideologie, un uomo probabilmente anche manovrato da poteri forti vicino al sunnismo internazionale, un uomo che aveva fatto il carcere, un uomo che non aveva una visione di insieme del suo Paese ma aveva soltanto una visione della tazzina di caffè, cioè quella visione che voleva che, a un certo punto, lo vedeva convinto di accontentarsi di una Bosnia composta da Sarajevo e poco altro, grande quanto una tazzina di caffè, ma interamente musulmano bosniaca. Uno che aveva perso completamente di vista la complessità culturale, l’eterogeneità ricchissima e bellissima che era ed è ancora oggi ma soltanto in una piccola parte una delle grandi ricchezze di quel Paese.

Veniamo adesso ad una domanda che definirei più intima. Cosa significa la Bosnia per Luca Leone uomo e non giornalista e scrittore. Che legame c’è?
Non c’è una risposta. Per me la Bosnia è stata, dal primo momento, da un lato una folgorazione, dall’altro la comprensione del fatto che tante cose che si leggono sui nostri giornali, tante cose che si leggono nei nostri libri, tante cose che si sentono dire da molti politici non tengono conto della complessità di una società, di un popolo. E se ogni popolo è complesso, forse quello bosniaco-erzegovese è ancora più complesso. Quindi è stata una sfida fin dal primo viaggio. E quando sono andato per la prima volta la guerra era finita da poco e, a Sarajevo, era riaperto da poco l’aeroporto internazionale, e si camminava sulle macerie della città, non c’era niente in piedi. Però è un rapporto difficile, un rapporto complicato. Di attrazione e di repulsione. Per scelta anche mia personale, non mi sono mai voluto del tutto far catturare. Ho tanti amici lì, conosco tante persone, quando torno mi dicono “Bentornato a casa”, ed è come sentirsi a casa perché ci sono città come Sarajevo che conosco meglio di alcuni di loro. Però, allo stesso tempo, ho sempre voluto mantenere un distacco, che è quel distacco che ti permette di restare indipendente e di essere imparziale. Una cosa è l’amicizia e una cosa è l’imparzialità e un’altra cosa è la storia. E questo è quanto. Quindi ho visto in questi venti e più anni la Bosnia come un posto in cui andare e non tornare più. Poi sono tornato 50, 60, 70 volte, non so più quante. Nel 2019 l’ultima volta è stata novembre, ma è stata solo la quarta volta nel 2019. La mia media è sempre stata 3/4 volte l’anno dal 99/2000 in avanti. Però è sempre stato un tornare per non tornare più. Un non voler imparare la lingua non perché sia un testone ma perché ho sempre cercato di tenermi lontano dalle implicazioni affettive che quel Paese in modo inevitabile ti dà, che il popolo di quel Paese in modo inevitabile ti dà. Però se vuoi provare a raccontare in modo imparziale delle dinamiche, dei fatti, delle situazioni, non puoi prescindere dal fatto di dover restare distaccato e indipendente. A volte questo, oltre a essere uno sforzo non indifferente, rischia di metterti in una luce che non è quella in cui vorresti apparire, quello distaccato, quello disattento, quello che si mette sul piedistallo, quello che osserva ma non parla. In realtà non è così. Mi sono sempre immerso profondamente nei luoghi e nelle persone. Ne sono uscito sempre con tantissime sensazioni, con tantissime emozioni, però poi mi sono sempre fermato il tempo giusto per riflettere, per confrontare con la storia, con i documenti, quello che avevo sentito, quello che mi era stato raccontato e per provare a raccontarlo in modo non partigiano perché la partigianeria in questi casi equivale a superficialità, ad essere grossolani e quando fai questo lavoro non te lo puoi assolutamente permettere. Non te lo devi permettere. Inizialmente e soprattutto per rispetto verso chi ti legge, ma anche poi per essere inattaccabile e per non dover mai dire grazie a nessuno se non a se stessi e alle persone con cui si è lavorato. Io amo quel Paese e odio quel Paese, ne amo e ne odio le dinamiche. Da studioso di quel Paese, da cronista in quel Paese le difficoltà che ogni volta ho trovato sul campo mi hanno dato stimoli nuovi, spinte nuove per approfondire e per andare sempre più in profondità. Però mantengo un rapporto contrastato con la Bosnia ed Erzegovina. Ancora, dopo tutti questi anni, da un lato c’è la voglia di tornare, dall’altro c’è la voglia di non tornare mai più, di fare in modo che l’ultimo sia stato veramente il viaggio finale e mai come in questo ultimo periodo, dopo questo libro su Dayton mi sto rendendo conto che ormai probabilmente ci sono così tante cose da raccontare ma che non sta a me raccontarle e che starà a qualcun altro farsi carico prima o poi di questo, se se la sente e se vuole perché tutto questo lavoro non vada perso.

Che futuro c’è per la Bosnia e per Sarajevo?
È difficile immaginare un futuro diverso per la capitale e per il resto del Paese. Futuro diverso da quello che hanno adesso innanzitutto. Le prospettive, se non ci sarà un cambiamento politico e culturale, sono che ci sarà inevitabilmente un’ulteriore musulmanizzazione della capitale e un’ulteriore radicalizzazione nelle zone rurali. È vero che Mostar, Tuzla, Banja Luka, Zenica e quant’altro sono città completamente diverse rispetto a Sarajevo. Sarajevo è un unicum a livello europeo e, probabilmente, a livello mondiale. Non esiste un’altra Sarajevo in tutto il mondo, in tutto il pianeta. Però non possiamo e non dobbiamo perdere di vista una questione che già Paolo Rumiz andava sottolineando subito dopo la fine della guerra, cioè la divisione, la separazione, la differenza sostanziale e sostanziosa che c’è tra la città e la campagna. Una parte della questione bosniaco ed erzegovese va vista da questo punto di vista. Perché si tratta di una differenza che poi si riverbera in modo fortissimo su quelle che sono le scelte politiche, sia locali che nazionali. In questo momento, il grande ostacolo verso il futuro della Bosnia ed Erzegovina è rappresentato dal potere ancora enorme che hanno i partiti nazionalisti. E dalla separazione, quindi, tra i tre universi nazionalisti, almeno da un punto di vista formale, quando in realtà tutti fanno affari con gli altri, quindi i nazionalisti delle tre parti fanno affari, soprattutto da un punto di vista economico e bancario, in modo anche spudorato gli uni con gli altri. Ma tendono poi a dare un’immagine di una netta separazione da un punto di vista politico perché dividi et impera, perché attraverso la separazione in tre grandi gruppi separati in modo stagno tra di loro, possono basare la loro permanenza al potere. E questa permanenza al potere, i nazionalisti, non la ottengono e la determinano grazie ai voti delle città, ma in particolar modo grazie ai voti delle campagne. È attraverso la povertà, è attraverso la strumentalizzazione e l’uso intelligente della povertà e della disoccupazione ed è quindi attraverso la trasformazione del concorrente, dell’altro, del responsabile da un punto di vista politico e amministrativo delle pene di un popolo, che loro riescono poi, da un punto di vista elettorale, a costruire, elezione dopo elezione, la loro forza e la loro permanenza al potere. I bacini fondamentali per il nazionalismo sono quelli alimentati dalla povertà, dalla disoccupazione e da un livello scolare e culturale bassissimo, che permettono, attraverso la propaganda, che è propaganda di regime, attraverso la Tv, attraverso i giornali, attraverso la scuola, di condizionare non soltanto il voto ma la vita stessa delle persone. Persone che stanno male, da cui ti aspetteresti una reazione, ma che, completamente bloccate e terrorizzate dalla propaganda, sono incapaci di prendere le loro vite in mano e di opporsi a questo che è un sistema dittatoriale. Perché non è democrazia, è una cosa esattamente opposta alla democrazia. Questo succede in tutti i piccoli e medi centri in Bosnia ed Erzegovina e in tutte le campagne. Ed è lì che si poggia il potere dei tre nazionalismi. Perché in Erzegovina, con i croati, è la stessa cosa. In molti parti della Bosnia con i musulmani di Izetbegović è la stessa cosa. E quello che fatica a nascere è un partito trasversale capace di attirare i voti in patria e all’estero dei bosniaci e erzegovesi che non vogliono più vedere il loro voto ridotto a una questione confessionale, ma che invece vogliono costruire insieme un futuro per il Paese. Questo partito capace di catturare, di captare, il voto trasversale delle persone non c’è. C’è stato qualche anno fa, si chiamava partito social democratico, ha vinto le elezioni, ma non abbastanza da avere la maggioranza in parlamento, per un anno e mezzo si è venduto e ha comprato poltrone fino a quasi essere smembrato e a scomparire, e da allora ha perso qualunque tipo di credibilità. Il giorno in cui dovesse sorgere di nuovo un partito del genere, capace di parlare alla testa ma anche alla pancia delle persone, e di catturare l’attenzione trasversale dei bosniaco e erzegovesi, forse allora quel giorno finalmente l’egemonia dell’ultranazionalismo sarà stata sconfitta e sarà archiviata, ma la mia idea è che questo non possa accadere fintanto che una serie di Paesi europei, sia membri che non membri dell’UE, e altri Paesi non europei continueranno a sostenere economicamente e diplomaticamente e politicamente i gruppi nazionalisti al potere. Perché la Bosnia e Erzegovina è ancora oggi terra di scontro geopolitico e terra ancora molto interessante da quel punto di vista. Che stiamo distruggendo il pianeta, lo stiamo devastando, però le regole geopolitiche restano quelle di due secoli fa, dell’800, neanche del 900. Fintanto che esisterà una diplomazia e un’economia dei Paesi Arabi e, in particolar modo dei paesi sunniti, la Turchia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti che sosterranno l’ultranazionalismo musulmano bosniaco, democraticamente e economicamente, e fintanto che i tedeschi andranno per la loro parte, insieme magari al Vaticano e all’Austria e continueranno a sostenere con la Croazia i croati di Bosnia, e quindi il loro essere gruppo isolato rispetto al resto, cioè il nazionalismo, e fintanto che ci saranno Russia, Serbia, Bulgaria, Grecia e paesi dell’area ortodossa con riferimento alla Russia che continueranno a sostenere i serbi di Bosnia, non ci sarà nessuno sblocco. Il giorno in cui la UE dovesse capire che il destino dell’intera Europa è in particolar modo in mano a questo organismo unico a livello mondiale e dovesse incominciare a capire che i comportamenti dei politici bosniaco erzegovesi non sono comportamenti di bambini capricciosi ma sono comportamenti di oligarchi che si stanno arricchendo alle spalle del loro popolo, introducendo veleno e povertà all’interno di queste terre, allora forse a quel punto la Bosnia potrà avere un futuro diverso da quello che è prospettabile oggi. Oggi, stando così la situazione, il futuro, le prospettive, sono nere. Il giorno in cui finalmente ci sarà, dal punto di vista della UE uno sblocco nella comprensione delle complessità di questo Paese e la si smetterà di dare finanziamenti e sostegno ai nazionalisti, allora forse qualcosa potrà cominciare a muoversi. Fondamentalmente oggi, come 25 anni fa, tanto dipende da noi. 25 anni fa l’Europa ha voltato le spalle a quel Paese e a quell’area lasciando che fossero gli americani a prenderne in mano il destino, oggi continuiamo a fare la stessa cosa e credo che, se già 25 anni fa questo non era accettabile e comprensibile, oggi lo sia ancora di meno di fatto. Quindi dipende da noi, dipende moltissimo da noi perché evidentemente al trumpismo era molto utile un’Unione Europea isolata e debole, alla Russia di Putin e alla Turchia di Erdogan fa molto comodo un’Unione Europea isolata e debole, oltretutto sotto lo smacco del ricatto turco per quanto riguarda la questione migratoria, quindi torniamo alla rotta balcanica. Ma il giorno in cui l’Unione Europea farà i conti con il suo presente e il suo passato e comincerà a capire una serie di cose, e comincerà veramente attraverso una necessaria e impellente modifica della politica estera a cambiare un po’ di cose allora per la Bosnia potrebbe finalmente iniziare a vedersi qualche spiraglio di luce. Tantissimo passa attraverso l’auspicata e agognata riforma della politica estera europea. Il giorno in cui finalmente non sarà più necessario approvare all’unanimità ma soltanto a maggioranza qualificata le decisioni di politica estera, forse finalmente quel giorno un’Unione Europea che è bloccata da anni in politica estera potrà ricominciare o cominciare per la prima volta ad essere veramente importante e pungente come c’è bisogno che sia. E questo non riguarda soltanto la Bosnia, riguarda le politiche verdi, le politiche energetiche, le politiche di gestione dei conflitti nell’area del bacino mediterraneo.

Pubblicato il 28/02/2021 sul Blog di Educare alla Bellezza